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Il primo anniversario

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Il primo anniversario
Antonino Fiorentino ci racconta




Oggi è il primo anniversario di un giorno che ricorderò per tutta la mia vita. Il 4 dicembre 2018 vincevamo la medaglia d'oro nella squadra da cinque ai Campionati Mondiali di Hong Kong, e cambiavamo la storia del nostro Paese nel nostro sport.
Di cose a livello sportivo ne potranno succedere, la mia carriera d'altronde è cominciata da poco, ma sarà assolutamente impossibile ripetere una vittoria di questo tipo, semplicemente perché:
1) non esistono medaglie più importanti nel nostro sport e 2) partivamo senza alcun tipo di pronostico favorevole, da un ventiduesimo posto dell'anno precedente e oltretutto senza due dei nostri giocatori più forti. Quel risultato non era oltre la più rosea delle previsioni, era oltre il più roseo dei sogni.
Di quella vittoria si è scritto, si è parlato molto, anche qui, oltre quello che potessimo immaginare, talvolta si è pontificato. Ci siamo trovati su tutti i quotidiani nazionali più importanti, in giro per almeno una dozzina di trasmissioni radio e televisive.
Io non mi sono mai espresso a riguardo sui social, ho evitato di farlo a caldo, limitandomi in quel caso a liberare il mio entusiasmo. Oggi dopo un anno, credo di aver rimuginato abbastanza, e di avere le idee abbastanza chiare per raccontarmi.
Partendo dalle fasi di gioco, la vera impresa secondo me è stata entrare nelle top 4 nelle sei partite a totale birilli. Prima dell'ultima partita eravamo ottavi, a circa 70 birilli dal cut. In quel momento, non devi solo crederci per avere una speranza, devi essere totalmente sicuro di farcela. Ed esserlo senza avere alcun tipo di esperienza di successo a quei livelli è veramente difficile. In quel momento non abbiamo avuto paura, non abbiamo tremato neanche un secondo. Poi c'è da dire che avevamo capito come muoverci, dovevamo continuare ad andare a sinistra, anche quando la pista era finita e bisognava loftare uno sproposito, e potevamo farlo perché ci eravamo allenati per farlo. Puoi avere il mental game migliore al mondo, ma se non sai cosa fare tatticamente, perdi lo stesso. Quella sesta partita è stata una delle ore più divertenti che ricordi. Vedere che continui a recuperare birilli frame dopo frame è impagabile, e poi con quel traguardo sullo sfondo.
Alla fine ce l'abbiamo fatta, prima medaglia per l'Italia ai Mondiali dopo 47 anni.
In albergo ci siamo confrontati, tutti sapevamo di avere una chance il giorno dopo, sapevamo che non era finita lì. Il format era una grandissima apertura per noi. Quando cerco di far capire cosa significa un incontro a baker faccio sempre questo esempio: se fai tirare cinque calci di rigore agli ultimi cinque palloni d'oro, e cinque calci di rigore ai cinque difensori della Salernitana, partono più o meno con le stesse chance. Col Canada abbiamo pagato un po' di emozione all'inizio, poi un paio di loro errori ci hanno tranquillizzati e ci siamo trovati a vincere la prima partita un po' per caso. La seconda è scivolata via rapidamente per loro, ma abbiamo cercato di rovinare quella pista, dove poi loro sarebbero tornati alla terza, cosa che poi ha pagato. 2-1. A quel punto, e mi fa ancora strano pensarci, Italia Vs Usa. Prima dei Mondiali, quando ho visto le convocazioni ho pensato che quella fosse la squadra più forte mai messa insieme. Pensateci, Andrew Anderson e EJ Tackett, primo e secondo nella classifica del Player of the Year. Kyle Troup, appena dominato la World Cup. Jakob Butturff, mancino più forte al mondo senza un dubbio che sia uno. Per finire, Chris Barnes e Tommy Jones, posso dire i due giocatori dopo Belmo più forti dell'ultimo ventennio?
Ma le piste erano talmente difficili che credetemi, essere loro o essere noi cambiava poco. Quando salivi in pista avevi un 20% di possibilità di fare strike. EJ era l'unico davvero in confidenza, noi altri nove tiravamo ed era una lotteria. Questo lo sapevano anche loro, e chiaramente non ne erano contenti. Su altre piste, con una partita intera di squadra da cinque, avremmo preso cento birilli. Avevano tutto da perdere. Noi ci siamo mossi bene, senza dubbio, abbiamo capito cosa stava succedendo alle piste. Ma la differenza l'hanno fatta i dettagli: loro due spare sbagliati, quando noi sbagliavamo rimaneva uno spare chiudibile, quando loro sbagliavano facevano split, a volte la differenza la fa anche quello. Tutto qui, format troppo veloce per esserci altro, 2-0 in quello che mi è sembrato un battito di ciglia. Tutto così veloce.
La prima cosa che mi viene in mente del post-vittoria è che non me la sono goduta fino in fondo, è arrivata troppo presto. Ci sono una miriade di cose da vincere prima di quella medaglia, io speravo fosse il coronamento di una carriera e noi invece siamo partiti dal massimo. Ma soprattutto, appena siamo usciti dal bowling, ho provato una sensazione di vuoto per l'assenza di due compagni di squadra, Ale e Tommy, due persone che ci sono state fin dall'inizio, che hanno dato tutto come noi, e che continuano a metterci tanta passione e applicazione ogni giorno. Sensazione di vuoto perché era impensabile per me che due dei principali artefici di un percorso che era iniziato quattro anni prima, poi non raccogliessero il risultato più importante. Mi sono messo nei loro panni. La prima cosa che ho fatto è stata mandare loro un messaggio, promettendo che ci sarebbero stati altri momenti come quello, che stavolta avremmo condiviso insieme. Poi ovviamente ho immaginato fin dall'inizio quante odiosissime battutine avrebbero dovuto ascoltare, quanti avrebbero avuto il coraggio e la malignità di dire che con loro non avremmo vinto. Eresie. E l'abbiamo dimostrato quest'anno.
Ma andando con ordine, immediatamente, dal nostro arrivo a Malpensa abbiamo capito che eravamo veramente riusciti a toccare il cuore delle persone. Molti, moltissimi mi hanno detto di essersi commossi davanti al pc. La maglia della Nazionale è una montagna russa: può portarti a dei picchi incredibili, a delle gioie incomparabili, vero, ma noi siamo passati anche per l'altro lato della medaglia, meno di un anno prima, a Las Vegas, e non tutti ci sono stati vicini.
Poi è arrivata l'onda mediatica. Non nego che sia stato divertente, inizialmente, entrare per la prima volta in qualche studio televisivo, probabilmente lo rifarei per l'esperienza in sè. Ma poi ti rendi conto che, specialmente nelle trasmissioni più popolari e leggere, entri nei meccanismi televisivi per i quali conta solo la storiella, intrattenere, fare battute, e in alcuni casi è stato anche avvilente non essere presi sul serio. Mi rendo conto che il bowling non abbia tradizione nel nostro Paese, e soprattutto che sia impossibile capire quanto sia complicato come sport senza giocarci ad alti livelli, ma a un certo punto diventa una questione di sensibilità. Ci siamo prestati al Davide che batte Golia, all'operaio e il fornaio che battono i professionisti. Probabilmente se non avessimo battuto gli Usa in finale, neanche saremmo stati considerati. Questo è un tipo di racconto che non va d'accordo con la mia visione e quella dei miei compagni: ci alleniamo con costanza, mettendoci il massimo, cerchiamo di fare il possibile per giocare tornei internazionali, e non per essere la nazionale di bob della Giamaica. Vogliamo arrivare a competere costantemente con i più forti, ad essere considerati già ai nastri di partenza di un torneo.
Quanto detto sull'aspetto mediatico, infatti, è stato poi confermato dai Campionati Europei di Monaco. Per quanto mi riguarda, per come analizzo io i tornei, i risultati che abbiamo ottenuto significano di più della medaglia di Hong Kong. Quattro medaglie, due tris nei top 4 (!!), top seed nelle qualifiche di squadra con 150 birilli sulla seconda, quattro giocatori nei primi ventisei All Events, e con la sensazione di aver buttato via una medaglia anche nel doppio. Dieci giorni in cui abbiamo veramente provato la sensazione di essere in cima. Insieme alla Danimarca, siamo stati la nazione più continua, e soprattutto siamo stati i migliori nelle specialità con più giocatori in pista. Eppure, non una parola. Non sarebbe andata così, se l'ordine dei due eventi fosse stato inverso. Questo è lo svantaggio di partire dal massimo, come dicevo prima.
Ad ogni modo, si guarda sempre avanti, sempre al prossimo torneo. Nella mia testa ronza l'idea che tutto sommato abbiamo ottenuto questi grandi risultati con delle condizioni molto simili fra di loro, in cui bisognava andare molto molto velocemente a sinistra e saper loftare. Stessa cosa del San Marino Open di quest'anno. Quindi mi chiedo: cosa accadrà quando in una competizione di massima importanza servirà saper fare altro, e saperlo fare meglio di tutti? Magari arriveremo pronti. Magari falliremo, ma anche in quel caso torneremo migliori. Intanto ricominceremo a gennaio dal Ballmaster a Helsinki, poi a marzo giocheremo il nostro primo torneo PBA. Andiamo alla ricerca di nuove sfide, per testare i nostri limiti, capire le debolezze e lavorarci. Comunque non saremo mai professionisti, questo è un grosso handicap, e come dice sempre Mauro, servirà lavorare il triplo per bilanciare. Siamo sulla buona strada, ma sappiamo che è ancora lunga.
Vorrei chiudere con un concetto al quale tengo molto. Un giocatore di bowling, come anche una squadra, non si giudica da una vittoria, anche se è la più importante. Ci sono troppe variabili nel nostro sport per basare dei giudizi, degli appellattivi, su un unico evento. E questo vale a tutti i livelli: è molto più significativo fare dieci finali EBT che vincere un titolo e non fare più una finale. Il vero valore si dimostra con la continuità di risultati, arrivando in alto su qualsiasi tipo di condizione si presenti. Se c'è una sola cosa che sai fare bene, anche se sai farla molto bene, non sai mai quando sarà il tuo turno per giocartela, e quante volte capiterà. Bisogna essere versatili, letteralmente sotto tutti i punti di vista.
Sull'impresa del Mondiale, anche se letteralmente eroica, non si può costruire una carriera. Questo 4 dicembre significherà poco se rimarrà isolato. L'obiettivo è che invece sia solo il giorno in cui tutto è iniziato.
Sperando di non avervi annoiato,
Antonino
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