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Riuscire ad effettuare una volta almeno nella propria vita sportiva la partita perfetta, il 300 appunto, è indubbiamente l’ambizione di ogni giocatore di bowling.
Il riuscirvi non è un fatto casuale o statistico: cioè, così come può capitare una giornata storta ed ottenere punteggi ben al di sotto delle propria media, altrettanto capita una giornata “maggica” , allorché i birilli cadono anche comunque si colpisca il castello.
Capita e non c’è nulla di particolarmente strano.
Ma per effettuare un 300 non basta solo la buona sorte o la statistica, bisogna essere proprio dei “draghi”, il che vuol significare o avere una fortuna sfacciata o degli attributi speciali, in particolare per la prima volta che si riesca a centrare l’ambito punteggio.
Il fatto è che sopratutto all’ultimo tiro l’inevitabile emotività induce al classico “braccino corto”, con le conseguenze del caso.
Ricordo che tanti anni fa, quando ero alle prime armi, una partita da 220 punti rappresentava un evento da festeggiare al bar con gli amici, che ti rimiravano e ti invidiavano, quasi fossi un alieno. D’altra parte eravamo dei pionieri, si era in pratica quasi all’epoca dei “Flintstones” tipo B. e C., e disponevamo di una sola boccia personale di plasticaccia, bucata come capitava, strettamente“conventional” e rigidamente sul centro statico – manco sapevamo che cosa significasse e che esistesse! - e tecnica alla “palla lunga e pedalare” sulle gengive dei birilli.
Ebbene, per effettuare una partita di almeno 220 punti ci ho messo del tempo e sicuramente ci sarò riuscito casualmente, perché rammento bene che le diverse volte in cui mi ritrovai a poter raggiungere tale punteggio quel “braccino corto” di cui sopra mi induceva ad un qualche errore. Insomma un vero e proprio blocco psicologico.
Più o meno la stessa cosa per tutti i gradini successivi, di dieci
in dieci punti: insomma come ci si ritrovasse a salire su di una scala impervia, passo dietro a passo, e superare ogni gradino fosse da una parte una immenso stress, ma poi anche un traguardo già raggiunto e non più, all’occorrenza, un ostacolo.
La prima volta che sono riuscito in torneo ad effettuare dieci strikes consecutivi iniziando dal primo frame mi trovavo presso il Centro Tiam di Viale Regina Margherita, in Roma.
All’epoca la Tiam Italiana, che gestiva ben quattro centri bowling in diverse parti d’Italia, offriva una tessera che avrebbe permesso di giocare gratis “vita natural durante” al primo giocatore italiano che fosse riuscito a realizzare un “300” in uno nei propri impianti.
L’impresa riuscì, verso la fine degli anni ’60, al Sig. Elio Paternoster, grande appassionato del nostro sport, che da qualche anno si è ritirato per via dell’età, ormai non più verde: un vero peccato perché oltre ad essere un vero “signore “ (di quella tessera non ne abusò mai) ed un vero sportivo, era anche un personaggio di tutto rilievo nell’ambiente del bowling romano.
Ritornando alla partita di cui sopra, quando – come dicono in USA -“ the 10th strike was in the bag”, all’undicesimo lancio realizzai “sette punti”, lasciando in piedi i birilli numero 1, 3 e 5. Come è facile intuire indirizzai la boccia addirittura a strusciare soltanto il 2(!!!), cioè oltre il“brooklyn”, dato che sono destro naturale.
Il fatto è che, come usualmente avviene, tutti i presenti si erano fermati, mi si erano accalcati dietro in religioso e assordante silenzio e assoluta immobilità, rendendo così irreale l’ambiente, usualmente movimentato e cacofonico ed al secondo passo sull’approaches manco sapevo più dove fossi.
Nel tempo ho poi realizzato un paio di volte 299, sempre con il birillo 10 in piedi a sogghignare, tanto che la mia Società Sportiva dell’epoca, la Flaminia Radio, per il torneo sociale del Natale 1972 mi consegnò un quadretto ricordo che ancora conservo, riproducente nove birilli doloranti a terra ed uno ( il 10) fieramente in piedi, con la dedica “ tutti gli amici del Club, meno uno”.
Il primo trecento ufficiale, ma anche il mio primo in assoluto, l’ho realizzato presso il Centro bowling di Pescara, nella fase di qualificazione del Torneo nazionale di singolo denominato “ Il birillino d’oro”. Mi pare che fossimo nell’anno 1974, perché all’epoca gareggiavo per i colori dell’Oltremare Napoli, mentre Damiano Trapani mi data 1976. Comunque?.
Nella fase di qualificazione ho iniziato molto bene, la prima partita un 237, la seconda un 248, Sulla pista di destra ero un poco al di fuori dell’uno/tre preciso: ogni tanto mi restava un birillo. Modificata la posizione di partenza sull’approaches, alla terza partita sono partito sparato. Con i materiali di una volta non c’era il problema di modificare in continuo le posizioni e gli angoli di tiro. Nei tornei locali a squadre ( all’epoca squadre da 5), quelli denominati “Grandi Marche” e che durano tutta la stagione, si partiva con una battuta che al massimo si modificava di un listello verso la fine della terza partita: l’angolo era sempre quello, ma di converso l’efficacia della boccia era ben altra, i birilli parevano pesare tonnellate.
Orbene, in quella terza partita sono arrivato deciso, concentrato e senza problemi, tutti strikes, sino all’undicesimo frame concluso e a quel punto?.: la solita scena, tutti fermi, tutti zitti, tutti dietro e, al solito, al secondo passo mi sono perso chissà dove e ho lasciato andare la palla ?dove??. ho effettuato il dodicesimo strike con una palla che ha pizzicato i birilli a brooklyn in uscita; una fortuna sfacciata!!
Da allora non ho più avuto il problema, ne ho eseguiti altri in allenamento o tornei locali ridendo e scherzando, anzi sfidando i presenti. L’ultimo, ufficiale ed in un Campionato italiano qualche giorno fa, non mi ha creato un problema psicologico. Al contrario, l’ho cercato con determinazione, proprio perché due settimane prima, nella qualificazione del Torneo di singolo di Lavinio al dodicesimo lancio, proprio sull’1/3, il birillo 8 mi aveva deriso: casco?. non casco? e alla fine ha deciso di no e quindi 299.
Nella situazione pertanto di “eleven down, one to go” mi sono detto: otto della malora non mi freghi un’altra volta, ti tiro una pallata sui denti ed infatti l’ho preso in pieno, a brooklyn, che talvolta rimane il sistema migliore per confondere le idee ai birilli e far imbufalire gli avversari.
Come aneddoto riporto ai pazienti lettori che tanti anni fa ho assistito ad un “quasi” 300 in un torneo nazionale presso il Centro Corvetto di Milano, quando quel Centro era uno dei salotti del bowling nazionale. Un giocatore di Modena rimase folgorato al dodicesimo frame da un “sette a parete” da far paura. Non disse nulla, tornò a casa e – si raccontava all’epoca – segò la palla in due parti che buttò nel Secchia (il fiume che scorre nei pressi di Modena) e non giocò più al bowling.. Tie!!!
Se per effettuare per la prima volta un trecento necessita un siffatto travaglio, figuriamoci ad effettuarne due di seguito. Ebbene tale impresa è riuscita in una gara ufficiale e pare che trattasi di record europeo: Campionato Regionale del Lazio di singolo 2005 ed ero presente.
Due trecento consecutivi sulla stessa coppia di piste, la uno/due del Centro Bowling Odissea sito in località Le Rughe, alle porte di Roma, nel gennaio di quest’anno. L’autore, Delfino Ceracchi, per gli amici Delfy, bowler romano dall’esperienza antica e quindi“ vecchio drago” delle piste, beh!, di fegato nell’occasione ne ha avuto proprio tanto.
Visto che siamo in tema, il primo bowler che al mondo sia riuscito nell’impresa di effettuare tre trecento “ufficiali” consecutivi, anzi proprio una serie di tre partite col favoloso risultato di 900, risulterebbe tale Jeremy Sonnenfeld,, giovane studente universitario, in data 3 febbraio 1997 a.l Junior Husker Tournament presso le Sun Valley Lanes in Lincoln, Nebraska..
Narravano le cronache che, realizzata l’impresa, abbia subito telefonato, tutto felice e giulivo, alla mamma per annunciare l’evento. La madre, probabilmente alle prese con qualche grana domestica, gli avrebbe risposto un po’ seccata : che mi telefoni a fa?, è proprio una cosa tanto importante?
Ah!, le donne??
Enrico Canevari