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Gli ultimi dieci passi

Il Bowling


GLI ULTIMI 10 PIEDI
Quanto può essere bello giocare a Bowling
     di MAX IORI GIZZI

 
Amico mio, lo sai, è bello ti metti col piede sul secondo bollino a sinistra, gli altri credono che tu stia pensando, che tu ti stia anche concentrando, ma tu stai cercando il tuo punto di riferimento, il punto di partenza, l’origine del mondo, il segreto dell’esistenza.... ma forse sì, ti stai anche un po’ concentrando, ma in fondo, dai, ammettilo, soprattutto ti dai solo un po’ di tono....
 
Senti la boccia che ti pesa sul palmo della mano, sei ancora un po’ intorpidito, legato, tu la accarezzi, la senti ancora fredda, troppo fredda, dovrai caricarla di più, non è ancora in grado di agganciare come sa fare di solito… comincerà a rendere fra poco… non dovevi lasciarla in macchina, poverina, al freddo tutto il giorno, oppure, come facevi una volta, dovevi tirarla fuori nel tragitto fino al centro bowling, e metterla sul sedile in macchina accanto a te, con il getto dell’aria calda su di lei, fino a farla “sudare”, e ad ogni semaforo, una asciugatina ed una girata, per cambiare lato... e stavi attento alle frenate brusche o alle curve strette, a reggerla come un bambino che soffre il mal d’auto.
 
Ma ora è tardi, dovrai dare il meglio di te stesso.
 
Le dita sono fredde, non ancora gonfie, o come dici tu, nel giusto “tono”, entrano facilmente (che fortuna, ancora non ti esce il sangue...), le falangette del medio e dell’anulare, col pollice che le vuole quasi strappare dal dito... le inserisci, distendi lentamente la mano, il palmo aderisce come una ventosa, infili lentamente il pollice che le tira, ma lui è libero, libero di decidere quando è il momento esatto per dare via al ballo con tutti quei giri di walzer che inviteranno, come ad una danza, tutti i birilli, all’arrivo della boccia, come ad una festa delle debuttanti viennesi... ora la senti sul braccio: è come se fosse un’estensione rotonda del tuo radio o della tua ulna, come se fosse una dura e grande epifisi che sei in grado di espellere a tuo volere, come ad abbattere la fiera primordiale che sfamerà te e la tua famiglia per lungo tempo, dopo averla affumicata nel fuoco della tua grotta.
 
Alzi il capo e guardi davanti a te.
 
Il secondo listello (sì, quello più chiaro, proprio quello lì...) è li che ti aspetta, appena alla destra della terza freccia.
 
Il gomito lo senti nel fegato. Chiudi per un momento l’occhio sinistro... si, sei in linea... il peso sulla gamba destra... fai un lungo respiro e trattieni il fiato... sei già in apnea. Regoli l’altezza della presa della boccia... si, così dovresti fare sui 25 all’ora.
 
Ora non esiste più nulla, nessun rumore, non esistono altre piste, altri giocatori... solo te e i birilli.
 
Un piccolo passo con la gamba sinistra, la boccia comincia a scendere, stai camminando... il pendolo... lei và... il piede sinistro comincia la scivolata mentre lei ritorna avanti ormai carica... la accompagni... il pollice esce, mentre la lasci, quasi la accarezzi, come se fosse il desiderio che ti assale quando una bella ragazza sale quelle lunghe scale proprio di fronte a te... il braccio continua la sua corsa fino quasi a che la mano sfiori la scapola... dietro... senti i capelli, l‘orecchio che viene “accarezzato” dall’interno del braccio... sei sciolto, il ginocchio funziona, alla fine dell’approach, secco, lucido, scorrevole ma non scivoloso, proprio al punto giusto... distendi la gamba destra sull’interno, mentre il piede sinistro ti tiene saldo. Le dita ora non sono né gonfie né fredde... la appoggi, quasi, dolcemente... il rilascio avviene silenzioso, con un suono sordo, attutito...
 
Poi...
 
L’asse di rotazione è leggermente sollevato (di quelli che la fanno agganciare un sacco ma che ancora conservano un po’ d’azione anche dentro i birilli...) lei si allarga, si allarga, hai paura che esca, ma intanto viaggia... tu ancora non hai ricominciato a respirare... si sente solo lo sfrigolìo del cover che ruota come impazzito sulla superficie della pista, raschiando olio, fino a che il pathos degli ultimi 10 piedi cancella tutto il mondo, i dolori, i ricordi, le preoccupazioni, le angosce... negli ultimi 10 piedi, quelli nei quali succede tutto...
 
Alla fine, il muro d’olio, il secco, ormai lei non ruota più, comincia un giro pazzo, si scompone, comincia ad oscillare, un’improvvisa sterzata sulla sinistra... il ribaltamento, giusto giusto nel pocket... si apre, no, quasi “deflagra” proprio nel pocket, sull’ uno-tre... il flare che fa esplodere i birilli che, come mossi da un grande arto che li raccolga in un abbraccio deciso, si precipitano tutti insieme e contemporaneamente nella fossa a fondo pista...
 
Respiri, non te ne sei accorto, ma hai cominciato a respirare. Ora sei con entrambi i piedi a terra.
 
Si, sei a terra, ma allo stesso tempo ti senti leggero... in questo momento tu ti senti “completo”, giusto, come un pianista che ha appena completato un passaggio di quelli difficili di Rachmaninov…
 
Non c’è più nulla sulla pista, solo la sbarra della macchina che scende come una bocca di un drago meccanico affamato di legno e plastica bianchi fusi in una forma sinuosa, ermafrodita, un po’ femminile e un po’ fallica, che annaspa nel vuoto, cercando di ingoiare nella fossa in fondo, un invisibile birillo rimasto, che no... proprio non c’è.
 
Qui ti giri, va tutto al rallentatore, come in una lenta moviola; torni indietro... molto lentamente volgi lo sguardo a destra ed a sinistra mentre scendi lo scalino di fine pista... fai finta di restare impassibile, resisti alla tempesta di adrenalina che ti sta invadendo le vene... vedi gli open, gli amatori, gli esordienti che ti ammirano, sorridono, alcuni hanno ancora la bocca aperta... cerchi lo sguardo di quella spettatrice carina che ti stava osservando, mentre si abbassano o si volgono gli occhi dei giocatori sulle altre piste o fuori, che ti negano il riconoscimento della tua opera perfetta, nell’apocalisse della loro mal celata invidia.
 
Ti siedi, e senti che lentamente la pelle si sta riattaccando al corpo, riacquisti la sensibilità degli arti, senti i muscoli ed i nervi che si riattivano, non senti più il solo sordo pulsare del tuo cuore, ma ritornano i brusii del pubblico e dei giocatori, ricompaiono i rumori nelle orecchie, sei quasi capace di ricominciare a pensare, vivere, sorridere...
 
Ora non sei più Dio, sei di nuovo solo un uomo.
 
Gli ultimi 10 piedi, quelli nei quali succede tutto. . . quei dieci piedi per i quali noi ci alleniamo, spendiamo il nostro tempo, rinunciamo al resto, soffriamo i nostri dolori, ci arrabbiamo......
 
sì... quei maledetti, bellissimi, ultimi dieci piedi di pista . . .
 
In queste condizioni, fare lo strike, caro amico, è bello, e direi. . . anche facile,
 
 
e... te lo garantisco, io gioco soprattutto per quello.
 
 
Max Iori Gizzi
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